MICHEL FOUCAULT, IL CORAGGIO DELLA LIBERTA'

Un pensatore scomodo ma fondamentale per la comprensione della nostra società e dei suoi meccanismi di potere e di controllo.

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Michel Foucault (1926-1984): Pensatore del potere, del sapere e della società

Michel Foucault è stato un filosofo francese che ha approfondito i meccanismi del potere, del sapere e della società. Parte sotto l'influenza dello strutturalismo. Lo strutturalismo è un modo di studiare e capire diverse realtà (come la lingua, la mente, la cultura) concentrandosi non tanto sugli elementi singoli ma sulle relazioni e sulle regole che li legano insieme formando una "struttura". È come se invece di guardare le singole tessere di un puzzle, si guardasse a come esse si incastrano per formare un'immagine complessiva. Tale sguardo poi è attento alla struttura nel qui e ora più che alla sua evoluzione storica.

Lo strutturalismo nasce principalmente nel campo della linguistica all'inizio del Novecento con Ferdinand de Saussure, che ha spiegato che il significato delle parole non deriva dal loro contenuto isolato, ma dalle relazioni che esse hanno con le altre parole all'interno di un sistema linguistico. Questa idea ha ispirato poi molte altre discipline.

Lo strutturalismo è stato ripreso e sviluppato da vari studiosi in diversi ambiti, come l'antropologo Claude Lévi-Strauss, che ha applicato questo metodo per capire le culture; lo psicoanalista Jacques Lacan, che ha usato lo strutturalismo per analizzare la mente e il linguaggio; e il filosofo Louis Althusser, che ha analizzato la società in termini di strutture.

In sintesi, lo strutturalismo è un modo di studiare sistemi complessi concentrandosi sulle leggi e relazioni interne che li tengono insieme, più che sulle singole parti prese isolatamente e/o nel loro sviluppo storico.

Dunque Foucault parte sotto l'influenza dello strutturalismo ma sviluppa col tempo un proprio approccio post-strutturalista, sottolineando come queste strutture siano in realtà mutevoli nel tempo e fortemente influenzate dal potere.


Concetti chiave


  • - Metodologia : Foucault usa un metodo che definisce "archeologico". Indaga l'origine delle regole e delle idee che modellano il nostro pensiero e comportamento, scoprendo strutture invisibili nei processi storici e culturali.
  • - Epistemi : Foucault dice che in diversi periodi della storia le persone hanno avuto modi molto diversi di pensare e capire il mondo, quasi come se ci fossero delle "regole invisibili" che definiscono cosa è possibile sapere e come lo si fa. Queste "regole" cambiano radicalmente nel tempo e lui le chiama episteme .

    Ecco le tre principali:

    1. Prima epoca (fino al 1600 circa) : le persone vedevano il mondo come pieno di segni nascosti e connessioni misteriose. Per esempio, si poteva pensare che una pianta fosse legata alle stelle o che certi simboli raccontassero segreti della natura. Il sapere era fatto di somiglianze e di simboli.

    2. Seconda epoca (dal 1600, con la nascita della scienza moderna) : qui si inizia a pensare in modo più ordinato e razionale. Le parole non sono più legate direttamente alle cose, ma si cerca di classificare e separare bene le cose per capirle meglio. È il periodo in cui nasce il metodo scientifico e si vuole spiegare il mondo con chiarezza e precisione.

    3. Terza epoca (dal 1800 in poi) : in questa fase al centro della conoscenza passa l'essere umano stesso. Si studiano le persone, il loro corpo, la loro lingua, la società con metodi scientifici. Questa è l'epoca delle scienze umane, come la psicologia, l'economia, la sociologia.

    Queste epoche non si sono evolute poco a poco, ma con cambiamenti importanti e veloci, che hanno fatto sì che le persone pensassero in modo completamente nuovo rispetto a prima.

  • - L'uomo come oggetto di studio : nella modernità, l'essere umano diventa soggetto di analisi scientifica (psicologia, sociologia, ecc.), ma resta sempre condizionato da strutture come il linguaggio o l'inconscio, che limitano la sua libertà e consapevolezza.

  • - Microfisica del potere : Il potere non è concentrato nelle mani di pochi, ma è diffuso in tutte le relazioni sociali quotidiane e nelle istituzioni, modellando comportamenti e modi di pensare.

  • - Sapere e potere : Le conoscenze non sono neutrali, ma strumenti attraverso cui il potere definisce cosa è “normale” o “anormale”, includendo o escludendo persone.

  • - Sessualità e controllo : La sessualità è stata regolata e controllata da norme sociali, non semplicemente liberata, con l'obiettivo di dominare le persone.

  • - Biopolitica : Forma moderna di potere che gestisce la vita delle persone (salute, natalità, comportamenti sociali) attraverso la scienza e la burocrazia.

  • - Parresia (coraggio della verità) : Il coraggio di parlare apertamente, anche a rischio personale, come forma di opposizione politica.


- Rapporto con il marxismo

Foucault critica il marxismo tradizionale perché:

  • esso considera il potere come un sistema centralizzato legato alla lotta di classe, mentre Foucault lo vede diffuso in molte forme e relazioni sociali.

  • Foucault rifiuta l'idea (anche marxista) di una storia lineare e progressiva che corre verso un mondo migliore, preferendo una visione di lotte complesse e non lineari.

In sostanza, pur riconoscendo l'importanza di Marx, propone un'analisi più articolata e fluida del potere, che opera ovunque e non solo dall'alto.


- Rapporto con la psicoanalisi

Foucault ha avuto un rapporto complesso e critico con la psicoanalisi:

  • All'inizio, preferiva la psicologia fenomenologica (attenta al singolo fenomeno complesso, al singolo individuo con la sua irripetibile vicenda umana) trovando la psicoanalisi incline a ridurre l'uomo alle sue pulsioni inconsce.

  • Nel suo lavoro, soprattutto in Storia della follia , si allontana dall'antropologia tradizionale e vede il soggetto umano come una costruzione culturale dentro regimi epistemologici (cioè di definizione del sapere "ufficiale") storici.

  • Riconosce però alla psicoanalisi freudiana il merito di aver restituito centralità alla follia e al sogno, dimensioni escluse dalla ragione classica.

  • La psicoanalisi per lui è una “contro-scienza” che mette in luce forze inconsce in grado di influenzare il soggetto, offrendo una nuova dimensione al rapporto tra analista e paziente.

  • Pur critico, Foucault invita a riconoscere il valore della psicoanalisi come pratica di cura di sé e trasformazione del soggetto, più che come scienza umana tradizionale.


STEFANO MANCUSO: L' INTELLIGENZA DELLE PIANTE


Stefano Mancuso è un neuroscienziato e saggista italiano, nato a Catanzaro nel 1965, considerato il pioniere della neurobiologia vegetale, una disciplina che esplora come le piante, pur senza cervello o sistema nervoso, sono capaci di intelligenza, comunicazione e comportamenti complessi. Oltre a insegnare all'Università di Firenze, ha fondato una start-up dedicata alla biomimesi delle piante e ha collaborato a progetti innovativi come Plantoïd, un robot ispirato alle radici. I suoi libri, pluripremiati e divulgativi, hanno avvicinato un vasto pubblico alla scoperta di un mondo vegetale ricco di vita e risorse intelligenti.

Secondo Mancuso, le piante comunicano e risolvono problemi attraverso un'intelligenza distribuita, basata su segnali chimici ed elettrici che attraversano tutto il loro organismo.

Ecco alcuni esempi affascinanti delle “strategie intelligenti” delle piante, come raccontate da Mancuso:

  • Allarmi chimici sorprendenti: Immagina un pomodoro sotto attacco, che lancia nell'aria messaggi chimici segreti per mettere in fuga i bruchi. Ma non solo: i pomodori inducono questi bruchi a diventare cannibali tra loro, trasformando il nemico in un alleato... contro se stesso!

  • Un sistema nervoso sparso: Anche senza cervello, le piante hanno il loro “cervello diffuso”: segnali elettrici viaggiano velocemente lungo le radici e i fusti, orchestrando risposte immediate a stimoli e cambiamenti nell'ambiente, come vere api operaie di un'intelligenza collettiva.

  • La rete segreta del sottosuolo – Wood Wide Web: Le radici formano una rete sotterranea con funghi amici, scambiandosi risorse, messaggi e aiuti reciproci. Le piante più grandi aiutano le più giovani, quasi come una comunità che condivide informazioni preziose per sopravvivere insieme.

  • Decisioni da esploratrici: Le radici sono esperte nella ricerca di acqua e nutrienti, sanno scegliere la strada migliore e addirittura riconoscono le proprie simili, per evitare lotte inutili e mantenere l'armonia tra vicine di casa vegetali.

  • Difesa cooperativa: Le piante non sono passive: si difendono attivamente, collaborano scambiandosi risorse e adottano strategie di protezione sofisticate contro insetti e animali predatori.

  • Vita sociale alla luce del sole: Alcune piante, come il girasole, mostrano veri comportamenti sociali. Se isolati soffrono e faticano a sopravvivere, segno che la loro esistenza è un gioco di relazioni e scambi.

  • Inganni floreali per l'amore: Le piante usano trucchi sorprendenti per attirare impollinatori: alcune orchidee, per esempio, si trasformano in piccoli artisti dell'inganno, imitando l'aspetto e il profumo di insetti femmina per attirare i maschi.

  • Memoria e apprendimento: Le piante ricordano informazioni e imparano dall'esperienza fatta con l'ambiente, adattandosi in modi sorprendenti pur senza avere neuroni.

  • Trasmissione di saggezza: Le piante mature fungono da antenati saggi, trasmettendo alle nuove generazioni “esperienze” e segnali vitali attraverso le reti di radici e funghi, garantendo così un'eredità di sopravvivenza.

Mancuso invita a proteggere queste straordinarie creature e la loro biodiversità, che rappresentano una risorsa vitale per il nostro futuro. La natura, con le sue "intelligenze verdi", ci insegna a innovare la tecnologia e a costruire un mondo più sostenibile, ispirandoci alle strategie evolute delle piante.

GUIDO BARBUJANI: SIAMO TUTTI AFRICANI


Guido Barbujani, genetista di fama internazionale nato nel 1955, studia la genetica delle popolazioni e la biologia evoluzionistica, opponendosi al concetto tradizionale di razza umana. È professore ordinario all'Università di Ferrara e ha contribuito a chiarire le origini e la diversità umana grazie all’analisi del DNA antico e moderno.

Nel suo libro e nelle sue conferenze, Barbujani traccia il percorso dall’antica visione creazionista a quella evoluzionistica, dimostrando come l’umanità derivi da antenati africani. Nel contesto paleontologico, sono stati scoperti importanti fossili come l’uomo di Neandertal (Europa) e Homo erectus (Asia), ma Homo sapiens si è evoluto in Africa circa 100.000-200.000 anni fa. Da qui, è partita la migrazione che ha colonizzato il mondo.

Le rotte migratorie fuori dall’Africa sono almeno due e ben documentate: una rotta settentrionale attraverso il Medio Oriente e l’altra meridionale passando per il Corno d’Africa, attraversando il Sud Asia fino all’Australia. I primi esseri umani giunsero in Australia probabilmente tra 65.000 e 50.000 anni fa, affrontando attraversamenti marittimi impegnativi che fanno degli aborigeni australiani tra i primi navigatori della storia. Popolarono progressivamente il continente impiegando migliaia di anni, con uno studio recente che stima circa 6.000 anni per popolare tutta l’Australia partendo dalla regione di Kimberley.

Per quanto riguarda le Americhe, le prime popolazioni umane sono arrivate attraversando probabilmente lo stretto di Bering da Siberia verso Alaska in un periodo tra 20.000 e 15.000 anni fa, probabilmente sfruttando un ponte di terra ora sommerso. Da lì, l’espansione in tutto il continente americano richiese altre migliaia di anni, popolando sia il Nord che il Sud America in un processo graduale e complesso. I tempi e le rotte precise sono ancora oggetto di studi, ma indubbiamente la colonizzazione delle Americhe è stata una delle ultime grandi migrazioni preistoriche.

Barbujani spiega che la genetica moderna ha sfatato il mito delle razze umane biologicamente distinte: il 99,9% del DNA è identico tra tutti gli esseri umani, e la variazione genetica all’interno di qualsiasi gruppo è molto maggiore di quella tra gruppi diversi. Solo una piccola parte delle varianti genetiche è specifica a certe popolazioni, ma queste varianze non supportano l’idea di "razze" separate, bensì evidenziano un continuum geografico di sfumature genetiche.

Sui test del DNA in commercio, Barbujani evidenzia che, sebbene abbiano capacità di indicare alcuni marcatori genetici rari e specifici, la loro scientificità è limitata dal rimescolamento genetico continuo delle popolazioni. Questi test possono fornire indicazioni generiche sulle origini, ma spesso i risultati non coincidono con aspettative storiche o familiari, e la complessità della genetica non consente ancora di tracciare con precisione rigida identità etniche o genealogiche complete. L’interpretazione dei dati deve essere cauta e critica, per evitare malintesi o distorsioni.

Infine, Barbujani illustra la progressione numerica degli antenati nel tempo. Ad esempio, risalendo a circa 300 anni fa (circa 10 generazioni), ogni individuo ha teoricamente 2^10 ossia circa 1.000 antenati diretti, ma di fatto a causa di incroci tra famiglie il numero reale è inferiore. Questo fenomeno amplifica rapidamente la complessità delle origini individuali, mostrando che ognuno di noi è il risultato di una molteplicità di antenati provenienti da diverse popolazioni e luoghi, rinforzando l’idea che le identità biologiche sono complesse e intrecciate.

Un esempio pratico: un numero esponenziale di antenati nel passato remoto evidenzia quanto siamo geneticamente “cosmopoliti” e quanto siano svanite nel tempo le distinzioni rigide tra gruppi umani.


IN MEMORIA DI LUIS SEPULVEDA

 

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In memoria di Luis Sepulveda, uno di noi. Luis, ti ho voluto bene come un fratello maggiore che incontri lungo la vita, uno che con una parola esprime il dolore del mondo e la sua memoria. Ti lascio con la straordinaria testimonianza che mi avevi donato nel mio libro "Una generazione scomparsa, i mondiali in Argentina del 1978". Ciao Luis Sepúlveda Luis Sepúlveda è scrittore, poeta, sceneggiatore, regista e molto altro ancora. Soprattutto è una persona che lavora da sempre sulla memoria viva. Sepúlveda lascia il Cile dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 del generale Augusto Pinochet. Poi viaggia in America Latina e nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi delle navi di Greenpeace. Sepúlveda conquista la scena letteraria con Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, uscito in Spagna nel 1989 e in Italia nel 1993. Da allora non si è più fermato: pubblica numerosi romanzi, raccolte di libri di viaggio e di racconti, tra i quali Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni. È molto apprezzato dai lettori italiani. Risiede in Spagna, nelle Asturie. Luis, tu hai fatto parte per pochi mesi del Gap, il gruppo scelto per difendere il presidente cileno Salvador Allende. Cosa ricordi di quelle straordinarie persone che sono state accanto ad Allende fino alla fine, nelle ore del golpe di Pinochet e dell’attacco al palazzo della Moneda? «Di tutti coloro che hanno avuto l’onore di appartenere al Gap ho un ricordo pieno di emozione e di orgoglio. Eravamo molto giovani quando abbiamo accettato la missione di garantire la sicurezza del presidente Allende. In molti eravamo studenti e lavoratori, militanti dei giovani socialisti. A volte, ci riuniamo per celebrare anche i nostri ideali. La vita è proseguita, abbiamo figli, nipoti e ci unisce la stessa convinzione di quegli anni: la certezza che, se dovessimo tornare nel 1970, faremmo esatta- mente le stesse scelte. L’anno scorso in un ospedale di Cuba è morto “Eladio”, uno dei 16 Gap che hanno combattuto al fianco di Allende a La Moneda. È morto a Cuba, perché il Cile non aveva mezzi per le cure mediche, perché la sanità cilena è privata. Ogni anno, “Eladio” ci organizzava la visita al mausoleo di Allende, e alla fossa comune dove si trovano molti dei nostri coetanei. L’unico ricordo di quei giorni è l’orgoglio del valore dei miei colleghi, della loro fedeltà e coerenza, che manteniamo ancora, come tributo alla memoria di Allende». La storia della loro morte terribile è approdata anche nelle aule giudiziarie italiane. Uno dei responsabili di quella strage è stato con- dannato nel processo sulla morte di 23 cittadini italiani uccisi nel quadro del cosiddetto Plan Condor. Perché questa giustizia tardiva? Quali complicità ci sono ancora da scoprire? «La giustizia italiana ha impiegato molto tempo per perseguire i criminali responsabili della Operazione Condor. Non tutti sono stati condannati, solo alcuni, perché il lavoro era estremamente difficile. Non tutti erano disposti a testimoniare. I governi di Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Brasile, hanno messo numerosi paletti legali ai giudici italiani, soprattutto nell’accesso alle informazioni. Non so se si può par- lare di complicità ancora da scoprire, ma è chiaro che in Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay e Brasile, indulti e amnistie hanno reso difficile l’accertamento della verità. Per esempio, si è evitato il ricorso al Tribunale penale internazionale per le violazioni dei diritti umani che poteva giudicare i criminali. Ma almeno c’erano i processi in Italia, più simbolici che reali, e ci sono state condanne». Pensi che ancora valga la pena raccontare storie come queste? Significa fare memoria viva, non memoria del passato ma memoria di oggi. Sei d’accordo? «Ho sempre creduto e sono convinto che sia importante preservare la memoria storica: è una questione critica per evitare che la storia si ripeta. Come scrittore insisto a narrare attraverso la finzione ciò che la storia ufficiale non racconta. Lo vivo come un dovere. E io proseguo in questa direzione». Come la racconteresti a un ragazzo di oggi la storia di persone che vanno a morire per difendere una idea come quel progetto coraggioso e alto di Allende? «Quei giorni, quegli anni, li ricordo come intensamente felici. Perché essere disposti a dare tutto per una giusta causa, anche se sei molto giovane, è qualcosa che ti offre la migliore ragione per vivere. E ti rende contento, onesto, generoso, intelligente per quella coesistenza creativa. Non c’è nulla di triste o patetico di come eravamo noi giovani degli anni Sessanta e Settanta. Siamo stati normali giovani atleti, ci è piaciuto il rock, le feste, i balli, ma nella partecipazione sociale eravamo seri e abbiamo dato tutto. Questo ci permette di essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto, è il nostro contributo per rendere la società più giusta e libera. È vero, siamo stati sconfitti, ma la nostra vocazione per la giustizia sociale rimane intatta, invariata». "Una generazione scomparsa" Daniele Biacchessi Editoriale Jaca Book Jaca Book
Post • Elemento salvato in Alberto Panaro
Elemento salvato dal post di Daniele Biacchessi